Ho avuto dolori e trionfi…

“Cominciai suonando nella banda di La Spezia con mio padre” – dice il cantante che a Sanremo canterà “Emozioni”

“Al primo festival fui eliminato ed ebbi una crisi di 4 anni...”

“Ogni volta che torno a Sanremo, mi viene in mente il mio primo festival. Era il 1970, partecipai con la canzone “Ahi che male che mi fai” e mi buttarono fuori subito: il giovedì sera appena seppi di essere eliminato, feci la valigia e me ne tornai a casa. Un anno nero, quello. Dopo l’eliminazione dal Festival entrai in crisi. Per 4 anni ho scritto canzoni che non suonavo. Le scrivevo ma non le facevo sentire a nessuno, le tenevo chiuse in un cassetto. Ma dopo qualcosa è cambiato qualcosda nella mia vita...”

Chi parla così è Toto Cutugno, uno dei protagonisti del Festival di Sanremo ’88. Da quella sconfitta di 18 anni fa è nato poi un autore che ha scritto 250 canzoni, un cantante che ha vinto 2 Festival ed è popolare all’estero. E adesso è diventato anche un personaggio televisivomolto amato, come presentatore dello spazio musicale di “Domenica in...”. In questo Sanremo lasciano intendere gli addetti ai lavori, solo Luca Barbarossa potrebbe strappargli la vittoria.

Verdi e Puccini

Ma se il cantante è ormai una stella della musica leggera, l’uomo Cutugno è meno conosciuto. Dicono che non ami raccontarsi, che parli poco della sua vita e del privato e sia scontroso. È vero, di sé ha sempre parlato poco. Ma questa volta siamo riusciti a fargli raccontare la sua storia.

“Da bambino”, ricorda Toto, “sognavo di diventare un direttore d’orchestra. Mio padre era maresciallo della Marina all’arsenale di La Spezia, siciliano, suonava nella banda cittadina ed è stato lui a farmi scoprire la musica, a farmi scoprire Verdi, Puccini e tutti i grandi musicisti. Io della banda ero la “mascotte”, suonavo il tamburino: guadagnavo 100 lire per i funerali, 1000 per i concerti e le processioni. Mia mamma era toscana, di Fosdinovo, provincia di Massa Carrara. Ed è a Fosdinovo che io sono nato.

In famiglia eravamo cinque, più grandi di me erano Roberto e Rossana. Rossana è morta a otto anni, soffocata da un boccone di pasta inghiottito male che l’ha strozzato. Quando è successa questa tragedia io avevo 4 o 5 anni, ricordo poco, rivedo solo la casa piena di gente che piangeva. Una tragedia che mi ha segnato, e forse anche per questo crescendo sono diventato un bambino molto serio, spesso col muso: nessuno riusciva a farmi ridere.”

“L’hai copiata”

“Non ricordo un momento della mia vita senza la musica: dal tamburino sono passato subito alla batteria. E intanto sentivo dentro una grande voglia di scrivere. La prima canzone l’ho scritta a 14 anni: si intitolava “La strada dell’amore” ed era bruttissima. Poi ho cominciato a studiare piano con una signora. E mi sono isritto a ragioneria. Studiavo poco ma imparavo tutto rapidamente, quindi sono stato promosso. Naturalmente pensavo più alla musica che ai libri: i miei idoli erano Celentano, Ray Charles, i Beatles. E imparando a suonare il pianoforte, mi scoppia dentro la passione del jazz. Così a 20 anni, preso il diploma da ragioniere, me ne vadi in Finlandia e Svezia a suonare con la banda di Guido Manusardi, grande jazzista. Un’esperienza favolosa e con uno stipendio di 150 mila lire al mese ritorno e fondo il complesso “Toto e i Tati”. Toto è un diminutivo che mi è sempre piaciuto perché è stata mia madre a chiamarmi così da piccolo.

Il nostro complesso “Toto e i Tati” era composto da quattro cantanti, e c’era anche mio fratello Roberto alla batteria.

Per sembrare giovani, un po’ anticonformisti, avevamo tagliato tutti i pantaloni trasformandoli in bermuda: anche quelli dello smoking erano diventati orrendi bermuda. Si girava l’Italia d’estate e d’inverno, si campava. La svolta avviene una sera d’ottobre del 1969. Suonavamo a Santa Tecla, che allora era un locale molto alla moda di Milano, frequentatissimo anche da gente importante. Bene, quella sera d’ottobre arrivano a Santa Tecla Mike Bongiorno, il maestro Tony de Vita, il dottore Gramito Ricci e Pino Fasce della Curci, nota casa discografica. Dopo un po’ che sto suonando, mi chiamano al loro tavolo e mi fanno un sacco di complimenti. Il giorno dopo sono alla Curci e firmo un contratto per 4 anni come compositore. Da quel primo contratto non nasce nulla perché mi eliminano a Sanremo e poco dopo mi sbattono fuori anche dal “Disco per l’estate” e io entro in crisi. 

Così nel 1974, alla scadenza del contratto torno da Gramito Ricci e gli dico: “Peccato, non è successo niente. Io me ne vado”. Lui però non mi lascia andare, mi prega di pensarci bene e allora io pieno di paura, terrorizzato, gli dico: “Per rimanere voglio uno stipendio e un ufficio.” Lo stipendio lo volevo non tanto perché ne avessi bisogno, ma per sentirmi qualcuno. Insomma mi dicevo se sono disposti a pagarmi vuol dire che qualcosa valgo. Prendo possesso dell’ufficio e scopro che in quello accanto c’è Vito Pallavicini, grande musicista: sarà il primo dei tre uomini importanti della mia vita, quelli ai quali devo tutto.

Un giorno infatti, timido e tremante come Fantozzi, mi avvicino a Pallavicini e gli dico: “Maestro, le vorrei parlare. Sono Toto Cutugno, desideravo tanto conoscerla.” Con le mani che mi tremano, mi metto al pianoforte e gli faccio sentire l’ultima cosa che ho fatto. Nascono dal nostro incontro 40 canzoni, una serie di successi che comincia con “Africa” e dura fino a 1977. Ma nel 1977 a Parigi litighiamo, e finisce il nostro sodalizio. Ricordo, eravamo in un ristorante, mangiavamo le ostriche e a un certo punto Pallavicini, mi parla del futuro, mi spiega che dobbiamo trovare altri autori. Allora gli dico: “Però io voglio continuare ad essere il numero due. Tu sarai sempre il capo e io sarò sempre il luogotenente. ” Invece lui mi dice che si vedrà, che come mi ha creato mi può distruggere, che lui può trasformare chiunque in un autore come me. Di fronte a quelle parole mi sento crollare il mondo addosso, come se mi avesse ucciso dentro. Ed entro in crisi. Per fortuna accanto a me c’è Carla, mia moglie. Lei mi ha sempre aiutato in tutto, anche a uscire dai crisi...

Carla l’ho conosciuta nell’estate del 1967 a Lignano Sabbiadoro con il mio gruppo “Toto e i Tati” mi esibisco al Drago, locale alla moda di Lignano. E siccome facevo già il givetto, ogni tanto dal palco scendevo tra il pubblico, mi avvicinavo a qualche ragazza e le dicevo: “Cosa vuoi che ti canti, cara?” Quella sera adocchio Carla, una ragazza stupenda, e quando scendo tra il pubblico mi avvicino a lei. Ma invece di dirmi la sua canzone preferita mi risponde seccata: “Che vuoi da me?” La sera dopo Carla è di nuovo nel locale e io gioco la carta della dolcezza, mi offro di accompagnarla a casa: accetta a patto che ci sia con noi anche l’amico che è con lei. Per un mese l’ho accompagnata a casa, così tranqullamente. Ci siamo sposati nel 1971, dopo 5 anni di fidanzamento. Quando Carla, che aveva un negozio di prodotti cosmetici mi ha presentato ai suoi, loro sono rimasti un po’ perplessi. Vedendomi così alto, con i bermuda che erano la nostra divisa, la mia faccia meridionale. Hanno pensato che fossi uno zingaro, ricordo che sua mamma le ha chiesto: “Ma chi è questo?” E la Carla: “Mamma, è un bravo ragazzo”.

Ci siamo sposati quasi senza una lira, la prima casa l’ho comprata firmando 6 milioni di cambiali.

Qualche tempo dopo la lite con Pallavicini, ritorno a Parigi, perché un discografico, che era a cena con noi la sera della discussione, conosceva i miei successi e mi propone di lanciarmi sul mercato francese. Mi “ricarico” e vendo 2 milioni e mezzo di dischi di “En chantant”, interpretata da Michel Sardou. Poi nel 1978 entra in scena il secondo uomo importante della mia vita: Mike Bongiorno.

Quell’anno era l’ultimo anno che Mike era alla Rai e già faceva qualcosa per Canale 5. Una sera a una festa di Canale 5, a Segrate, mi sente cantare una canzone che io avevo scritto per Drupi. Non si ricorda di avermi sentito anni prima a Santa Tecla, però dice a chi è con lui: “Questo è bravo, lo voglio”. E mi fa fare la sigla di “Scommettiamo?”, il suo ultimo quiz in Rai. Finisco subito in “Hit Parade” e 9 mesi dopo vinco il Festival di Sanremo, edizione 1980, con “Solo noi”. Ricordo la sera della vittoria dietro le quinte del Teatro Ariston: non sapevo niente, nessuno mi aveva anticipato il risultato. A un certo punto mi passa vicino un giornalista e mi dice: “Hai vinto”. E io rimango paralizzato dalla paura mentre Carla che era a pochi metri da me, per non svenire si appoggia alla parete. Salgo al palcoscenico con le gambe che mi tremano.

Mia madre non ha potuto vivere i miei successi, a 53 anni se l’è portata via un male terribile. Papà invece, almeno “L’italiano”, prima assoluta con i voti del Totip nel ’83, ha fatto in tempo a sentirla, a sentire la gente che la cantava. Mio padre, però, mi faceva una rabbia! Ogni volta che gli facevo sentire un mio successo, lui aveva il vizio di dirmi: “L’ho già sentita, l’hai copiata”.

Papà se n’è andato pochi mesi dopo la mia seconda vittoria al Festival, anche lui per un male terribile.

Dopo Mike Bongiorno al quale devo moltissimo, e siamo quindi amici, il terzo uomo della mia vita è Gianni Boncompagni. Lui e Irene Ghergo mi hanno voluto a “Domenica in...” È successo un giorno dell’anno scorso. Li incontro per caso all’Hilton di Roma e mi dicono: “Ma tu vuoi fare “Domenica in...?” Io credono che mi vogliono invitare come ospite e rispondo: “Sì, certo, quando ho una canzone vengo”. E loro: “Non hai capito, vogliamo che tu presenti lo spazio musicale...” E io: “Ma mi avete guardato bene? Io tutte le domeniche in televisione con questa faccia meridionale? Ma non vedete che sembro uno zingaro? E poi sono pieno di complessi, di paure, di tabù...” Ero così sconvolto dalla proposta, che ho perfino cercato di telefonare a Mike Bongiorno per chiedergli un consiglio, da amico. Non l’ho trovato e ho accettato”.

Sono volubile

Adesso sono sereno, felice, anche perché da 22 anni, giorno più giorno meno, ho accanto a me Carla. È davvero una donna che ci si voleva per me: perché io sono scostante, volubile, disordinato, magari mi sveglio contento e 5 minuti dopo piombo in una crisi nera. Lei invece, è la donna più allegra di questo mondo, sa stimolarmi.

Sì, un figlio ci manca molto. Lo volevamo ma non è venuto e nella vita a volte ci si deve rassegnare a non poter avere tutto. Io con i bambini ho un ottimo rapporto, li adoro, spero che lo si capisca quando come li tratto a “Domenica in...”, non sono uno che finge e anche quando si spengono le luci delle telecamere il mio rapporto con loro non cambia.

A Sanremo si va per vincere, guai se non fosse così. Le mie canzoni nascono di notte, e di notte è nata anche quella che presento al Festival di quest’anno, “Emozioni”.

Da un po’ di tempo l’ispirazione mi viene sempre più tardi. Perché da 2 anni nella mia vita c’è Full, un pastore tedesco che adoro. Ogni sera prima di andare a dormire devo portare Full a fare una sua passeggiata, anche se piove. Così quando torno a casa, di solito non ho più sonno e mi metto a suonare. Quasi sempre all’alba è nata una canzone.”
     


                                    Giorgio Lazzarini